Il crepuscolo degli Dei

Le figlie di Erda, le tre Norne* tessono il filo del destino cantando allegramente del presente e del futuro; purtroppo questo sarà segnato da un grande incendio appiccato da Odino, come segnale dell’abbandono degli dei.

Il filo improvvisamente si spezza e le donne piangono di aver perduto la loro saggezza e si allontanano . . .

dal prologo dell’opera “Il crepuscolo degli Dei” di Richard Wagner, ultimo dramma della tetralogia “L’anello di Nibelungo”

 

Il filo del destino sembra si sia proprio spezzato e la paura si è impadronita del mondo intero.

Più che della sapienza perduta della quale, in verità, non ci siamo mai molto preoccupati, sono la libertà, le certezze, il benessere e le garanzie di un futuro di progresso in crescita costante, i veri beni che temiamo di perdere. Di fatto, le ultime tre generazioni che si sono susseguite dalla Seconda guerra mondiale non hanno mai provato, qui in occidente, una esperienza analoga.

Le nostre continue ed incessanti domande a chiunque ci sembra ne capisca di più: “. . . abbiamo date certe?”, “. . . torneremo a come prima?”, “. . .  che garanzie abbiamo?” , “. . .  questa catastrofe potrà ripetersi?”, “. . . perché non possiamo avere un vaccino subito?”, etc., tradiscono il nostro disadattamento nel confrontarci con una situazione dall’orizzonte imprevedibile. L’orizzonte per noi deve essere sempre certo, scrutabile, prevedibile. Noi che prenotiamo tutto con anticipo, dal cinema alle vacanze, che inscatoliamo ogni frammento della nostra vita in tanti contenitori gli uni dentro gli altri come matrioske. Noi che ci proiettiamo verso obiettivi da raggiungere lontani anche di anni, per non parlare di quando questi li proiettiamo sui figli! Noi, perfetti nuotatori nel catalogo delle opportunità che il benessere ci ha donato, oggi ci sentiamo come inesperti marinai che navigano a vista in un mare in tempesta. Gli strumenti e le abilità per questo tipo di navigazione le abbiamo dimenticate, . . . . . .  ed allora? Per la prima volta dopo tanto tempo, cogliamo che l’essere vulnerabili è la condizione di tutti gli esseri viventi e la razza umana, contrariamente a quanto pensavamo, non fa eccezione. Confondendo la vulnerabilità con la debolezza, noi della super-razza umana, immaginandoci invulnerabili, abbiamo imposto la nostra presenza su tutto, salvo poi proporci alla protezione della natura con fare paterno, quasi fosse lei a doverne avere bisogno. Oggi più che mai, possiamo renderci conto che la natura può fare benissimo a meno di noi e che essa non ha bisogno della nostra protezione se non nella misura in cui noi stessi abbiamo bisogno della sua.

Se uragani di inaudita potenza, sempre più numerosi, hanno colpito a tutte le latitudini; se incendi incontenibili hanno desertificato enormi territori; se isole di ghiaccio grandi come piccoli stati si sono staccate dai poli; se bibliche invasioni di cavallette hanno spazzato intere nazioni, riducendole alla fame e se tutto questo non è bastato a modificare sostanzialmente la vita di coloro che guidano il mondo, questa pandemia, che per suo assunto è un fenomeno globale, sembra riuscire lì dove altri disastri hanno mancato: ci sta dicendo, senza mezzi termini, che siamo noi quelli da salvare e che per la natura siamo altrimenti sacrificabili.
Questa prospettiva dovrebbe cambiare l’ordine delle cose. Che lo faccia davvero e definitivamente è quasi impossibile da credere. Al di là delle sincere parole e delle azioni di governi e singoli cittadini, che sembrerebbero dare credito a questo cambiamento di prospettiva, io credo invece che il concetto non sia compreso dai più e che non possa esserlo, non per cattiva volontà, quanto per una sorta di disadattamento educativo: noi che nel benessere ci siamo nati, non siamo stati educati a vedere la natura come qualcosa di molto più grande, inconquistabile e nella quale sentirsi come parte inscindibile; le culture native nella loro ignoranza, solo scientifica e tecnologica, erano molto più vicine a questa visione.

C’è chi taglia corto: la natura si è ribellata alle scellerate azioni dell’uomo! Sinceramente non lo so se questa sia la sua risposta ai nostri abusi o, piuttosto, una sua ordinaria manifestazione della quale non abbiamo saputo/voluto cogliere i segnali premonitori. Anche un cane che morde, il più delle volte lancia dei segnali, sta a noi coglierli e interpretarli. Se poi ci morde, pochi danno la colpa a se stessi, per quanto siano stati ignoranti ed incauti; quasi tutti danno la colpa al cane. Ebbene, tutti i fenomeni catastrofici naturali che stiamo subendo, e il Covid 19 è solo l’ultimo della serie, ci stanno impartendo ripetute lezioni che, da ignoranti e svogliati, sembriamo non voler comprendere: sapere di non sapere a sufficienza; confrontarci con i limiti della nostra condizione umana di fragilità; essere coscienti dell’attuale stato evolutivo della razza umana tale da non essere in grado di garantirci oggi la sopravvivenza: siamo tra gli attori di un cast e non i registi.

Il coronavirus fa dire a tutti: “domani non sarà mai più come ieri”. Ma come sarà questo futuro, lì, appena dietro la cortina di nebbia?

Scrutare il futuro ha due fondamentali ostacoli: la concezione che oggi abbiamo di questa parola e la nostra capacità di immaginare opportunità possibili; limiti e condizionamenti fino ad oggi ritenuti irremovibili sembrerebbero non consentircelo.
La difficoltà ad immaginare il “cambiamento” che potrebbe essere utile ha la radice nella nostra idea stessa di cambiamento possibile. Il cambiamento può essere solo “additivo”, quando aggiunge qualcosa a qualcos’altro che già abbiamo. L’idea che possa essere “sostitutivo”, ossia che sostituisca qualcosa che avevamo con qualcos’altro, è spesso avversata: “mai lasciare la via vecchia per la nuova!”. L’idea di un cambiamento potenzialmente “peggiorativo”, poi, è del tutto inconcepibile. Eppure, se siamo attori e non registi, dovremmo comunque inserire quest’ultima eventualità tra le ipotesi.
La nostra naturale predisposizione ad immaginare il futuro prendendo a riferimento il passato, ci mostra un futuro sostanzialmente simile al tempo appena trascorso, soltanto più depresso; siamo portati ad assegnargli una negatività a prescindere che potrà essere variabile solo nella sua intensità.

Un cambiamento positivo e realizzabile proprio in occorrenza di grandi calamità, però, è spesso avversato perché mette in discussione pilastri politici, economici e sociali ai quali moltissimi sono abituati e dai quali in parecchi traggono vantaggi.
Questa concomitanza fa sì che, tanto che nella posizione prevalente durante periodi di normalità: “stiamo più o meno bene perché cambiare!?”, tanto che in quella che segue le calamità: “proprio ora che stiamo male dobbiamo fare cambiamenti!?!”, cambiamenti sostanziali siano sempre impraticabili. Di fatto dimostriamo di essere scarsamente reattivi ai segnali che dovrebbero indurci ai cambiamenti; e dire che la capacità di reagire ai segnali che mettono in pericolo la sopravvivenza della propria specie è una delle caratteristiche dell’intelligenza. Significherà qualcosa?….

Certamente, le generazioni passate erano mentalmente più attrezzate per le crisi epocali: il cambiamento era frutto dell’azione dell’uomo ma anche di altro. Tra le tante certezze inserivano la fondamentale incertezza della condizione umana; in ogni luogo e in ogni lingua la si riempiva con un “che Dio che ce la mandi buona!”. Questa espressione era valida per tutti, credenti e non. Oggi è da perdenti. Con riluttanza, la accettiamo solo se è proferita dai vecchi o dagli stranieri di paesi poveri; li definiamo comunque “ignoranti”. Eppure, se riportata ai nostri tempi, questa espressione non nega che la conoscenza sia il fattore premiante per il progresso dell’uomo ma la contempera con la consapevolezza dei nostri stessi limiti accettando che nell’immanente destino di ogni cosa c’è anche il nostro. “Resilienza” oggi è di moda, ma essere veramente resilienti significa anche comprendere ed accettare questo.

Se per moderna possiamo definire l’età della “ragione”, la post-moderna potrebbe essere quella della “connessione”. Oggi tutto sembra connesso. Eppure non lo siamo affatto con la natura della quale siamo parte. Non so bene se per causa od effetto, spesso anche noi stessi, come individui, viviamo una sorta di disconnessione interna, una disfunzionalità psicologica e sociale.

Se con l’età della “ragione” abbiamo curato la connessione in superficie: la geografia del mondo, l’economia ed il sapere, con l’età della “connessione”, se vorremo sopravvivere, dovremo cogliere altri significati da questa parola: #eguaglianza, #natura, #benessere (sociale e psicologico), sono solo le prime parole che mi vengono in mente. Da una banale osservazione possiamo tutti cogliere che durante l’età della “ragione” non sono state certamente ai primi posti tra i nostri interessi.

Utopia pura? Certamente sì se non crederemo fermamente che queste siano le condizioni fondamentali e necessarie per la nostra vita futura; le uniche possibili!

Questa crisi potrà far vacillare alcuni Dei come: la globalizzazzione, la politica, il PIL, la finanza, lo sfruttamento, il progresso (nell’accezione econochiatrica), invocando sostanziali ridefinizioni degli stessi. Sarà molto difficile ed avremo bisogno di tutte le capacità propriamente umane, innanzitutto quella di immaginare!

Se non ci riusciremo, restando ancora una volta sordi alle domande fino ad oggi eluse di una umanità bisognosa di vero progresso, probabilmente scambieremo il prossimo futuro del dopo Coronavirus per l’aurora di una ritrovata normalità, quando invece sarà solo il crepuscolo, preludio di una ancor più lunga notte. Se invece, riusciremo in questo titanico intento, allora sì che, pur feriti e spossati, vedremo sollevarsi dal buio della notte l’Alba di un nuovo mondo a rischiarare il cammino ritrovato. Possiamo farlo!

*dalla lingua nordica “norn”: colui che bisbiglia un segreto

Conoscenze trasversali per il cambiamento

La nazione delle piante

Il famoso neuro-biologo vegetale Stefano Mancuso, ci introduce nel pianeta delle piante e ci mostra che la definizione di intelligenza nella quale ci riconosciamo come umani è molto parziale, disegnata da noi per noi. Altre forme viventi ne detengono altrettanta, di quella utile a sopravvivere insieme in armonia.

Il potere della vulnerabilità

Brene Brown ricercatrice e professoressa americana, con il “Potere della vulnerabilità” ci parla dei suoi studi sull’uomo e la capacità di stare in relazione con l’altro in modo veramente profondo e onesto. Appartenere e amare, con il coraggio dell’imperfezione, alla ricerca di se stessi e dell’umanità.

Sottotitoli in italiano

Le abilità umane che ci servono in un mondo imprevedibile

La scrittrice ed imprenditrice Margareth Heffernan ci indica che per affrontare un mondo pieno di imprevisti ed di incognite occorre affidarsi meno alla tecnologia e più alle abilità umane caotiche. “Abbiamo il coraggio di inventare cose che non abbiamo mai visto prima”, dice. “Possiamo creare il futuro che vogliamo”.

Sottotitoli in italiano

Terra (trailer)

Yann Arthus Bertrand, regista ecologista, con Terra (2015) ci racconta della nostra evoluzione e di come sia cambiata la nostra consapevolezza di esseri viventi. Come stia cambiando il concetto di umanità e come stiano cambiando le relazioni tra gli individui e le comunità. Terra cerca di riportare la specie umana coi piedi per terra, perché la condizione animale non è poi così diversa da quella umana.

Disponibile su Netflix in italiano.

Nichi Gammarrota

Author: nichi

Sono sposato, vivo in campagna da quando ho lasciato la casa genitoriale e non potrei più farne a meno. Non ho figli ma, due cani, anzi, da qualche mese tre, e un certo numero di gatti sono la giusta ricetta per tornare di buon umore appena sono di ritorno a casa. Lavoro nella comunicazione pubblicitaria con la Enneppì Comunicazione da parecchio, direi da troppo tempo. Sono anche vice-presidente della coop. sociale Nuove Prospettive. L'interesse per la Comunicazione più quella per il Sociale hanno fatto sì che mi sia spesso occupato di "Comunicazione Sociale". Nell'ambito professionale è il campo che più mi stimola. Ma il lavoro per me non è tutto; i miei infiniti interessi, (forse troppi?), mi portano spesso e volentieri... ovunque! È, quindi, sempre incombente l'idea di buttarmi da qualche altra parte; prima o poi accadrà.

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1 Comment

  1. Analisi che condivido in tutto, l’uomo fino ad oggi non ha avvertito i messaggi che la Madre Terra ha in inviato attraverso i cambiamenti climatici, ora ci auspichiamo che questa pandemia possa scuotere le anime verso un Alba di un nuovo mondo… l’uomo ormai non mi sorprende più, perso in un capitalismo e una vita liquida senza nessuna idea e direzione. Consiglio un libro di cui ha letto la critica e secondo me potrebbe essere una linea del futuro dell’umanità, libro ” Un’idea di felicità “di Sepùlveda e Petrini; quando economisti e intellettuali delineano strade diverse dal capitalismo, ci appaiono utopistiche ma se non cominciamo in un nuovo cammino, il capitalismo e i suoi fondatori distruggeranno il Pianeta e gli esseri umani.

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