Gli attori del cambiamento: “Noi”

Il “cambiamento” ce lo stanno proponendo in tutte le salse. La pubblicità, come al solito, si è appropriata più velocemente di altri di questo concetto tanto ambito e oggi così di moda. Foriero di futuro, della dimensione del sogno, dell’inimmaginabile, del migliore, del più, ovviamente sempre declinati al positivo, ci affascina spingendoci verso destinazioni che, guarda caso, coincidono con i luoghi da dove staremmo per partire; verso un cambiamento immaginato di sostanza ma realizzato solo nella forma. Dove le auto sono più veloci ma consumano meno e non costano neanche tanto; dove i pannolini sono sempre più sottili ma assorbono quantità di pipì inimmaginabili, insomma dove il “cambiamento” è rivolto a farci interpretare, ancora una volta, il ruolo per noi più appropriato: consumatori procacciatori di PIL. Ma, decenni di spot ci hanno reso esperti conoscitori dei subdoli messaggi della pubblicità e sappiamo, in un certo qual modo, difenderci da essa, quasi le dicessimo: “lo so che tu sai che io lo so”.

Non molto diversamente avviene con la politica (quella praticata!) che, chissà perché, è così vicina alla pubblicità e solo poco più lenta di essa nell’esplorare i luoghi del nostro immaginario di cambiamento. E così, anch’essa ci bombarda con proposte e relativi slogan che dovrebbero portarci su altri lidi, più sicuri e di benessere. Purtroppo anche qui le ricette spesso sono centrate sull’eterno dibattersi se sulla torta vadano messe le ciliegine candite o lo zucchero a velo e, quand’anche vengono proposte ricette veramente innovative, il sapore che lasciano presagire è quello dell’impossibile perché mancano gli ingredienti necessari, il danaro, le “condizioni politiche” o quelle “internazionali”, i “mercati favorevoli”, etc.

Da queste righe potrebbe sembrare che sia tutto un dare addosso ai pubblicitari ed al mondo dell’industria che li sta dietro ed ai soliti vituperati politici che definiamo erroneamente tutti incapaci.

Sarebbe troppo facile oltre che ripetitivo e improduttivo! Il vero problema siamo noi, troppo spesso deleganti per tutto ciò che va al di fuori della nostra stretta cerchia familiare o dei nostri diretti interessi e con al primo posto un obiettivo di comodità e benessere completamente disgiunto da quello degli altri e dal contesto ambientale. Tutto deve svolgersi nel nostro tempo e con meno sacrifici possibili. Tutto il resto non è che non esista per la maggior parte di noi, come l’ambiente, i poveri, le calamità naturali, etc., ma li releghiamo in una zona di pensiero avvolta nella nebbia, dove nulla è certo ma tutto è certamente auspicabile, alle cui soluzioni ed interventi sono deputati enti, organi e forze preposte a queste annose incombenze. Tra di noi, i più risvegliano la loro attenzione verso questi “preposti” quando una loro decisione rischia di mettere in forse la nostra  condizione. Allora, se ci multano per aver ecceduto nelle quote latte, “…vogliono affamare i nostri allevatori!” ma pochi si chiedono perché abbiamo aperto tante fattorie. Se dal Bangladesh, o da chissà dove, sbarcano con i loro lerci barconi allora; “… ci invadono! Ci rubano il lavoro! E poi, in molti di questi posti non cadono neanche le bombe, «si muoiono» solo di fame e di sete!”. Anche in questo caso pochi collegano questa minaccia, anche solo in parte, all’acquisto da noi effettuato solo un’ora prima, di una bella magliettina a soli 5 euro, made in Bangladesh!

No, noi italiani, europei, occidentali non siamo peggiori di altri; al nostro posto quegl’altri avrebbero probabilmente percorso strade simili a quelle che noi abbiamo già sperimentato, tant’è vero che stanno cercando tutti di seguirci ed imitarci nel modello vincente.

Noi occidentali abbiamo certamente una grande cultura, una grande esperienza, una grande conoscenza e, relativamente, una grande ricchezza, conseguentemente, abbiamo una grande responsabilità: dovremmo essere i deputati ad un ruolo guida verso il cambiamento dell’intera umanità.

Ma, cosa dovremmo fare?

Non c’è una soluzione unica, un percorso diretto e soprattutto senza insidie. Alcuni miglioreranno il loro stato, altri, che oggi stanno bene o benino (la maggior parte di chi sta ora leggendo), potranno veder relativamente diminuire il proprio status in termini quantitativi; il tutto in un percorso, probabilmente generazionale fatto di alti, di bassi, di errori, di ripensamenti e correzioni che dovrebbe coinvolgere tutti ed essere rivolto a tutti, dove la “responsabilità individuale” dovrebbe prevalere sopra ogni altro tipo di responsabilità in ogni tempo ed in ogni luogo e dove la delega, ovviamente necessaria, non si dovrebbe tradurre solo nella cessione di poteri ma nell’esercizio della responsabilità collettiva.

Gli obiettivi cambieranno ed i metodi di conseguenza; nuove unità di misura prenderanno il posto di quelle attuali e misureranno il cambiamento ed il grado del nostro reale benessere.

Unica cosa veramente certa è che per ottenere questo, dovremo contribuire tutti, ciascuno con il proprio piccolo bagaglio di esperienze, saperi, risorse economiche e non, applicando quotidianamente ed incessantemente la ricerca del benessere collettivo, facendolo pensando al futuro, quello vero e non solo al domani incombente. Se lo faremo con passione, determinazione e perseveranza i risultati positivi non mancheranno. Quali, quanti ed in quanto tempo, …dipende anche questo da noi.

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Redazione AttivaMente

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